Ferengi in Bruxelles

dall'Etiopia a Bruxelles senza passare dal via


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Ecco perché molti etiopi hanno la pelle chiara (e parlano italiano senza saperlo)

Stamattina in macchina, durante il mio giro di consegne di ciascun famigliare al rispettivo luogo di lavoro/studio, ascoltavo “Figli di Annibale”, avete presente? Avendo un marito partenopeo, gli Almamegretta sono imprescindibili nella compilation da macchina. Se ascoltate il testo della canzone, troverete un’interpretazione del perché molti italiani hanno la pelle scura:

“durante la guerra pochi afroamericani riempirono l’Europa di bambini neri
cosa credete potessero mai fare in venti anni di dominio militare
un’armata di africani in Italia meridionale”

E così la mia mente ha iniziato a vagare.

In Etiopia, nonostante gli italiani siano rimasti solo cinque anni e nonostante la promulgazione nel 1937 delle leggi razziali che vietavano qualsiasi tipo di rapporto (matrimonio, madamato, legami di sangue) tra i conquistatori e la popolazione locale, le persone che si incontrano per strada e che hanno la pelle più chiara (caramel, la definirebbe mia figlia) sono un buon numero. Un’altra eredità italiana lasciata all’ex colonia abissina.

Lo so, ne ho già parlato altre volte, ma devo dire che l’eredità italiana in Etiopia, soprattutto quella linguistica, è un argomento che mi affascina e mi diverte. Spesso, parlando con gli etiopi, quando dico loro “questa è una parola italiana!” loro mi rispondono “Ah, si dice così anche in italiano?”, come se la radice linguistica fosse habesha, locale, non latina.

Così gettone in amharico è il calcio balilla (qui se ne vedono per strada alcuni che probabilmente risalgono ancora, come la parola, all’epoca coloniale italiana), e i bambini giocano con le bigli di vetro, ve le ricordate ancora?

La mattina quando gli etiopi si vestono mettono calzi e canottiera e le signore prendono la borsa prima di andare dal parrucchiere a farsi una piega con i bigodi.

E se avete problemi con l’auto, il meccanico vi potrebbe dire che ha trovato un dado spanato nel carburatore della vostra machìna (con l’accento sulla i).

Un’ultima osservazione: l’altro giorno in un bar origliavo il discorso di due ragazze etiopi, senza naturalmente capirci un’acca, ma ho notato all’interno del parlato l’uso massiccio di parole della lingua inglese. Parole correnti, come yesterday, school, book, che hanno senza dubbio un corrispettivo in amharico. Probabilmente il fatto che l’istruzione superiore qui sia impartita in inglese, scelta come lingua franca all’interno di una nazione che possiede circa 80 lingue locali, ha un certo peso nella corruzione della lingua amharica. Certo, fa sempre un po’ impressione assistere al declino dell’uso di un idioma, è come se un pezzo di mondo andasse perso, sostituito da concetti e idee, non solo parole, che non appartengono alla sua cultura.


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I gatti e l’accetta

Dovete sapere che io posseggo la gatta più bella di Addis. Lo dico senza falsa modestia, perché ogni notte nel mio giardino, nonostante lei sia stata sterilizzata, si danno appuntamento diversi gatti che si sfidano a singolar tenzone con miagolii che sembra li stiano squartando. E che immancabilmente marcano il territorio facendo pipì anche sulla porta di casa.

L’altro giorno sono andata del veterinario con la mia gatta per la vaccinazione annuale e gli ho parlato del problema, chiedendogli cosa posso fare per evitare di avere spiacevoli e persistenti odori sullo zerbino.

I have the solution: acetta!” mi ha detto sicuro di sé con un tentativo di imitare l’accento italiano.

Non so voi cosa avreste fatto, ma io sono rimasta un attimo di marmo di fronte a questa risposta: acetta? Mi sono vista di notte, in giro per il mio giardino con un’accetta insanguinata a dare la caccia ai gatti incriminati, stile Psyco ma senza la tenda della doccia… No, non può avermi suggerito questo il dottor Shenkut, un omone grande e grosso con gli occhi gentili con cui ogni volta faccio delle piacevoli chiacchierate, quello che cura dai criceti agli elefanti, quello che mi ha regalato le pastiglie per togliere i vermi al randagio che vive ormai davanti a casa…

Così mi sono riscossa dal mio incubo horror e gli ho chiesto: “what do you mean with acetta?”, cosa vuoi dire?

Acetta! The one you put on the salad, how do you call in Italian?

“Aceto!”

Ho tirato un sospiro di sollievo: voleva solo consigliarmi di spargere un po’ di aceto dove i gatti fanno pipì, detestano l’odore e ne stanno lontani. Per fortuna che ho chiesto spiegazioni!


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La soluzione

La foto che trovate nel post precedente è stata scattata all’angolo di una delle vie principali di Addis.

Dovete sapere che in Etiopia la manodopera ha un costo davvero ridicolo, mentre tutti gli oggetti di importazione sono molto cari, specialmente quelli di tipo elettronico che vengono tassati pesantemente. Così è molto più facile avere una guardia, un custode (qui lo chiamano zebegna) che tiene d’occhio la casa o il negozio che procurarsi un sistema di allarme. Lo zebegna, oltre a tenere lontano i malintenzionati, solitamente tiene pulita l’area di sua competenza e, nel caso in cui lavori in una casa privata, apre e chiude il cancello, consegna la spazzatura ai monatti, annaffia le piante, gioca con i bambini. È una presenza costante e, anche se all’inizio per noi ferengi abituati a vivere in appartamenti o comunque case che si riempiono solitamente solo la sera e la notte è piuttosto strano avere sempre qualcuno intorno, in un certo senso rassicurante.

Ora, che cos’è la struttura in lamiera che avete visto, molto simile ad una cassa da morto? Avete indovinato? È un rifugio notturno per le guardie, se ne vedono a centinaia qui ad Addis. Solitamente nelle case ci sono strutture in muratura, piccole guardiole dove ci sta anche un tavolino e una sedia. Ma per strada… beh, si accontentano di questo.


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La sindrome del pensionato

Ad Addis, ma in generale è un comportamento che ho osservato nell’intera Etiopia, la gente per strada, in particolare gli uomini, ha la sindrome del pensionato.

Per sindrome del pensionato intendo quel comportamento che spinge le persone a passare ore ad osservare e a commentare le azioni altrui. Solo che in Etiopia, sarà per la disoccupazione, sarà che di vecchietti ce ne sono pochi, è un comportamento che si riscontra soprattutto tra i giovani.

Se c’è un operaio che lavora in strada, ci saranno almeno tre ragazzi che guardano, così come una partita a calciobalilla (qui si chiama “gettone”, un altro retaggio italiano) è in grado di attirare una nutrita schiera di commissari tecnici.

Anche quando stai cercando di uscire da un parcheggio senza falcidiare nessun pedone (gli etiopi non hanno nessun timore verso le automobili, passano davanti o dietro mentre stai facendo manovra senza curarsi del fatto che tu guidi un bestione di 4.8 metri), se per caso no c’è un parcheggiatore preposto al ruolo, troverai sempre qualcuno disposto a darti indicazioni su come fare la manovra.

Ora – scusate l’inciso – devo dirvi che qui non c’è assolutamente da fidarsi dei parcheggiatori. Se loro dicono “Vai!” bisogna sempre controllare tre volte che non ci siano a tiro di parafango pedoni, paletti, muri, muli o quant’altro. Tanto per dirvi, l’altro giorno mio marito doveva parcheggiare in un posto un po’ poco ortodosso e il parcheggiatore lo stava, diciamo così, aiutando. Alla terza volta che ripeteva la manovra secondo le indicazioni che stava ricevendo, mio marito si è fermato e ha chiesto in inglese “Ma come vuoi che parcheggi?” e l’altro gli ha risposto “Meglio”. Giuro che non è una barzelletta!

P.s.: grazie a Gio per la foto di questo post.


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Perdersi in un bicchiere di succo

L’altro giorno ero in giro per la città con un’amica e abbiamo deciso di fermarci in un bar a prendere qualcosa da bere. Non essendo più ora di caffè (il caffè etiope è buonissimo, ma bello forte e se lo prendi dopo le 4 del pomeriggio rischi una nottata in bianco) abbiamo optato per un succo di frutta: dovete sapere che in Etiopia i succhi sono generalmente spremuti freschi, da frutta vera, e dunque sono una vera delizia.

Il bar in questione sul menù offriva succhi di arancia, mango, papaya, avocado, fragola, ananas: nell’imbarazzo della scelta, ho avuto la bella idea di chiedere alla cameriera un succo misto, arancia e fragola. Lei mi ha prima guardato smarrita, poi mi ha detto “aspetta, devo chiedere al cuoco”.

Al che, presa da pietà e con il terrore di dover aspettare ore il responso dello chef, ho virato su un più normale succo d’ananas.

Questa scena non è del tutto inusuale qui: declinata e condita in altre salse, spesso capita di vedersi ergere dei muri davanti per delle sciocchezze. A questo punto io mi chiedo: ma è possibile che questi etiopi, che hanno un carattere gentile ed orgoglioso, che quotidianamente affrontano difficoltà e riescono ad arrangiarsi nonostante la loro scarsità di mezzi, si perdano poi in un bicchiere di succo di frutta?