Ferengi in Bruxelles

dall'Etiopia a Bruxelles senza passare dal via


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Pensieri a voce alta – Thinking aloud

Capita.

It happens.

Capita che mio marito mi telefoni nel pomeriggio e mi dica “Stasera viene a cena un amico”.

It happens that my husband calls me in the afternoon and he says: “I invited a friend for dinner”

Capita che io debba inventarmi un pasto completo con niente, sono le sei e sono due giorni che non faccio la spesa, ma sono comunque felice di arrangiare una cena perché il nostro amico è stato evacuato da un paese africano dove è in corso un colpo di stato che si sta risolvendo con le armi.

It happens that I have to invent a meal with nothing, it is 6 pm and I did my last shopping two days ago, but I am quite happy to arrange a dinner because our friend has been evacuated from an African country where a coup d’état is going on.

Capita che durante la cena le parole scorrano a fiumi, perché noi abbiamo sete di notizie di prima mano dall’Africa e il nostro amico ha tanta voglia di raccontare.

It happens that words flow during the dinner, because we want to have first-hand news from Africa and our friend is in the mood for talking.

Capita che mia figlia ascoltando i nostri discorsi “da grandi” abbia difficoltà a capire chi sono i cattivi nella storia e che noi si faccia fatica a spiegarglielo, perché non è poi tanto chiaro neppure agli adulti da quale parte stiano i buoni.

It happens that, paying attention to our talk, my daughter has some difficulties in understanding who are the bad guys in the story and that we find hard to explain, because it is not even clear to us who are the good characters.

Capita che la nostalgia di quello che ho lasciato laggiù si faccia sentire prepotente e che io abbia la sensazione che solo un’altra persona che ha vissuto l’Africa possa capire perché e quanto mi può mancare un paese scomodo e ingombrante dove sono stata e sempre rimarrò una ferengi, un essere diverso e lontano che non riesce ad andare oltre la crosta di bellezza e di disperazione che racchiude quella terra.

It happens that the feeling of missing what I left there is getting acute and that I have the sensation just another person who has lived Africa can understand why and how I can miss such a troublesome and cumbersome place where I was and will ever be a ferengi, a different and distant person that is unable to go beyond the shell of beauty and despair that encloses that land.

Capita che il mal d’Africa si mescoli alle notizie dei media (quelli esteri, in Italia nessuno ne parla…) sui conflitti, dichiarati e non, che stanno lacerando un continente senza che il resto del mondo se ne faccia un grosso cruccio.

It happens that the Africa blue is mixing with news from media (not the Italian ones, they seem not interested…)about conflicts, declared or not, that are tearing apart a continent, with the rest of the world just sitting and watching.

Capita di pensare a mio padre che mi ha sempre detto che le guerre non si fanno per gli ideali o per le religioni, ma sempre per il denaro.

It happens that I think at my father’s words, people struggle for money, not for ideas or religions.

Capita di pensare che le vittime di questi conflitti sono persone, uomini, donne, bambini come ne abbiamo conosciuti tanti ad Addis, nelle loro vite così diverse dalle nostre, piene di dignità in una miseria che faccio fatica a spiegare a chi non l’ha vista. Persone che probabilmente non sanno perché si combatte, perché si spara, per quali interessi economici si muore.

It happens that I think the victims of these conflicts are people, men, women, children like those I met in Addis, with such different lives, full of dignity in a poverty that is hard to figure out for those who have not seen it. People that probably don’t know the economic reasons for fighting, for shooting, for dying.  

soldato bimba

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Dove compro l’artigianato etiope

Oggi per la prima volta ho venduto uno spazio pubblicitario sul mio blog… o quasi! Ora vi spiego com’è andata.

Stamattina sono andata dal mio amico Teklu su Churchill road per comprare una Jimma chair, le famose sedie che vengono dall’omonima città etiope costruite con un unico pezzo di legno, come questa qui sotto.

Jimma chair

Io quando sono stata per la prima volta nel suo negozio, un anno e mezzo fa, non volevo entrare. Con tutte le raccomandazioni che gli amici mi avevano fatto e con quello che si legge sulle varie guide e siti web circa le truffe in cui a volte si può incorrere, varcare quella soglia mi pareva una follia: un antro stretto e angusto, scarsamente illuminato, con una sola uscita, stipato di oggetti di legno fino al soffitto, con un odore che mescolava umidità, pelli animali, legno e sudore.

L’interno del negozio di Teklu

Per mia fortuna l’amica con cui ero arrivata fin lì ha insistito: siamo entrate e abbiamo scoperto un tesoro. Entrando nella prima stanza in pochi metri quadri abbiamo trovato un’enorme varietà di manufatti di legno: sedie, sgabelli, vassoi, tavolini, panche, ciotole, sedili, taglieri, perfino un’enorme scodella ricavata da un unico pezzo di legno che ho scoperto essere una vasca da bagno!

Abbiamo scoperto anche una seconda stanza piena di collane, croci etiopi, pelli dipinte, maschere, pergamene religiose, icone, poggiatesta tradizionali di svariate fogge…

Collane e perline etiopi

Quello che mi piace di Teklu è che, a differenza di altri venditori, lui ti lascia curiosare per il suo negozio, osservandoti discretamente da un angolo, pronto a darti informazioni sul prezzo o sull’utilizzo di un oggetto. Naturalmente per lui sono, e siete, ferengi dunque trattare sul prezzo è assolutamente d’obbligo.

Croci tradizionali etiopi

Se per caso vi trovate ad Addis, il negozio di Teklu si chiama Ethio Abyssinia Handicraft & traditional Cloth shop e si trova su Churchill road, circa 150 metri dopo Tewdoros Square andando verso la stazione, giusto di fronte al Churchill Hotel. Se andate da lui dopo aver letto questo post, ditegli che vi manda l’italiana che ha già comprato due Jimma chair e che gli ha promesso pubblicità sul suo blog in cambio di un ottimo sconto!


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Fare la mozzarella ad Addis

Vivere ad Addis Abeba significa, tra le altre cose, dover rinunciare a tutta una serie di formaggi, freschi o stagionati, che in Italia si dà per scontato trovare nel banco frigo di un supermercato qualunque. La produzione locale si limita a provolone, fontina (cambia la forma, ma il gusto è uguale al provolone) e gouda. La mozzarella e la ricotta locali si possono usare per cucinare, meglio non rischiare in una caprese. Si trovano anche formaggi importati, dai prezzi esorbitanti e con le date di scadenza spesso vicine alla fine dei loro giorni, dunque preferisco astenermi.

Così, ispirata da un’amica che mi aveva fatto assaggiare una formaggetta fatta in casa, ho cercato in Italia il caglio: i primi tre farmacisti a cui l’ho chiesto mi hanno guardato perplessi, come se avessi chiesto della kriptonite, la terza, a cui ho confessato di vivere in Etiopia, mi ha guardato comprensiva e me lo ha procurato. Il formaggio che mi esce, ogni volta un po’ diverso dal precedente, somiglia ad una formaggetta morbida: qualche volta riesco pure a fregare mio figlio e spacciarglielo per Philadelphia.

Ma io sono solo una dilettante. Oggi ho visto cosa significa avere la passione per l’arte casearia, sono andata a scuola da un maestro. Il nostro amico ha attrezzato una stanza del service quarter di casa sua per la produzione del formaggio e riesce a produrre camembert, ricotta, tomini, formaggio con le noci, i pistacchi, il cumino…

La lavorazione della mozzarella

È stata la giornata della mozzarella e i bimbi, ma devo dire anche il papà, si sono divertiti un mondo ad assistere alla preparazione, ad aiutare e ad assaggiare!

La pasta viene fatta filare

Inutile dire che quella che abbiamo portato a casa non è durata fino alla cena!

Ecco le forme di mozzarella!

Per gli amici che abitano ad Addis: i formaggi di cui ho parlato si possono acquistare da Salé Sucré, il negozio di prodotti alimentari francesi che si trova a Olimpia, vicino al Family Restaurant e alla sede del WFP.


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Andare in bici ad Addis

Addis Abeba non è esattamente una città a misura di ciclista: ho già descritto lo stile di guida etiope e non sto qui a dilungarmi sulla manutenzione di certe strade, dove ci sono buchi grandi e profondi in grado di accogliere un ciclista poco accorto tutto intero.

Nonostante ciò, l’uso delle due ruote ad Addis sta iniziando a prendere piede e spesso i ciclisti locali si fanno dare un aiuto sui saliscendi della città, come questo che ho fotografato mentre si fa trainare da un inconsapevole automobilista.

Ma la bici, si sa, è un mezzo versatile e ci si può persino trasportare una capra! (questa foto me l’ha inviata via mail un’amica un po’ di tempo fa, ma non so chi è l’autore: se per caso dovesse passare da questa pagina e riconoscere la sua creazione, per favore si faccia avanti!).

Ora lo so che i miei amici animalisti grideranno allo scandalo vedendo questa immagine, ma vi posso assicurare che alle persone in certe occasioni è riservato un trattamento se non uguale, almeno di pari livello.


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Un nuovo indirizzo

Giusto per far capire a chi non è mai stato in Etiopia dove viviamo, pubblico il link di un articolo che spiega come ad Addis Ababa si stia sperimentando l’introduzione di un moderno sistema di indirizzi delle abitazioni http://danielberhane.wordpress.com/2012/05/11/ethiopia-addis-ababa-to-introduce-modern-address-system/.

Finora, quando un amico ti invita per al prima volta a casa sua, ti manda pure una mail con la mappa per raggiungerla. Come ho scritto già in passato, qui la maggior parte delle strade non ha un nome (come quella in cui abitiamo noi) e le denominazioni che sono state date non vengono riconosciute univocamente da tutti.

Ma ora a quanto pare la situazione si sta risolvendo… quando avranno dato il nuovo indirizzo pure a noi, ci potrete mandare cartoline, lettere, cioccolatini, vino o salami, scegliete voi!


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La soluzione

La foto che trovate nel post precedente è stata scattata all’angolo di una delle vie principali di Addis.

Dovete sapere che in Etiopia la manodopera ha un costo davvero ridicolo, mentre tutti gli oggetti di importazione sono molto cari, specialmente quelli di tipo elettronico che vengono tassati pesantemente. Così è molto più facile avere una guardia, un custode (qui lo chiamano zebegna) che tiene d’occhio la casa o il negozio che procurarsi un sistema di allarme. Lo zebegna, oltre a tenere lontano i malintenzionati, solitamente tiene pulita l’area di sua competenza e, nel caso in cui lavori in una casa privata, apre e chiude il cancello, consegna la spazzatura ai monatti, annaffia le piante, gioca con i bambini. È una presenza costante e, anche se all’inizio per noi ferengi abituati a vivere in appartamenti o comunque case che si riempiono solitamente solo la sera e la notte è piuttosto strano avere sempre qualcuno intorno, in un certo senso rassicurante.

Ora, che cos’è la struttura in lamiera che avete visto, molto simile ad una cassa da morto? Avete indovinato? È un rifugio notturno per le guardie, se ne vedono a centinaia qui ad Addis. Solitamente nelle case ci sono strutture in muratura, piccole guardiole dove ci sta anche un tavolino e una sedia. Ma per strada… beh, si accontentano di questo.