Ferengi in Bruxelles

dall'Etiopia a Bruxelles senza passare dal via


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La grande impresa del Napoli

Scusate il sussulto di orgoglio nazional-partenopeo, ma ieri sera il Napoli ha battuto allo stadio San Paolo il Manchester per 2-1.

Qui in Etiopia la squadra britannica, insieme al Liverpool e al Chelsea, è seguita, adorata e venerata: gli etiopi, non avendo squadre nazionali di rilievo (anche se la Saint George è allenata da Beppe Dossena, e scusate se è poco… ) hanno spostato la loro passione calcistica sul campionato inglese. Ci sono minibus con scritte inneggianti a queste tre formazioni, bancarelle che vendono magliette con i colori dei teams e un tifo che va al di là della comprensione delle regole del calcio giocato (alla mia mamita piace Rooney perché gioca bene e poi “he is such a nice boy!”).

Comunque, oggi è una squadra italiana che ha vinto e mio marito non è riuscito a trattenersi dallo sbeffeggiare ogni singolo tifoso del Manchester che ha incontrato sul suo cammino!

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Le streghe e i monatti

Le strade di Addis Abeba sono relativamente pulite, nonostante si tratti di una grande metropoli abitata da diversi milioni di abitanti. Certo, parlo delle strade del centro della città, di quelle asfaltate che non rappresentano tuttora la maggioranza degli assi viari cittadini: le strade sterrate, quelle che durante la stagione delle piogge hanno buchi che diventano laghi navigabili e che durante il periodo secco distribuiscono democraticamente la loro polvere su case, animali e persone uniformando tutto il paesaggio di un unico color terra, quelle no. Le vie secondarie spesso ospitano punti di raccolta della spazzatura, discariche a cielo aperto dove volenterosi ragazzi separano i rifiuti in quella che io definisco la “differenziata del terzo mondo”: le bottiglie di plastica non vengono fuse per farci altri oggetti, ma riutilizzate come contenitori di liquidi; i sacchi del grano sono smembrati per creare corde con i fili di plastica con cui sono fatti; i rifiuti alimentari diventano cibo per capre e asini che pascolano lì vicino; e via di questo passo.

L’immondizia viene raccolta da uomini che girano per le strade spingendo grossi carretti a due ruote: noi li chiamiamo affettuosamente monatti, perché ricordano davvero tanto l’ingrato mestiere dei personaggi manzoniani. Per inciso, la raccolta della spazzatura effettuata direttamente al cancello di casa mi costa circa 8 birr a settimana (il prezzo dipende da quanta ne produciamo…).

Ogni mattina poi, andando ad accompagnare i bimbi a scuola incontro parecchi gruppi di due o tre signore che con ramazza di saggina puliscono coscienziosamente le strade della città. Si capisce che sono donne da pochi indizi difficili da decifrare, perché di solito sono interamente coperte da tute da lavoro, fazzoletti che avvolgono loro il capo lasciando scoperti solo gli occhi e grossi cappelli di paglia che le proteggono dal sole e dalla pioggia.

Mio figlio le chiama le streghe ed è per questo che ieri, mentre discuteva accesamente con sua sorella che dall’alto della sua saggezza gli spiegava che le streghe esistono solo nelle fiabe, le ha detto “Esistono! Te le faccio vedere domani mattina!”


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Menagesha forest

Per passare una giornata fuori dalla capitale, qui in Etiopia la scelta non è ampia.

La Menagesha Forest è uno dei pochi posti dove si può arrivare da Addis in circa un’ora e mezza, prendendo la strada per Ambo o quella per Jimma: il parco si trova giusto in mezzo a queste due direttrici. Naturalmente per arrivarci non c’è un indicazione a pagarla: devi essere iniziato alla conoscenza della strada giusta da qualcuno che ci è già stato, oppure affidarti al calcolo dei kilometri, alle indicazioni delle guide turistiche, all’interpretazione dei segni dei locali.

Il parco rappresenta il primo esempio di politica ufficiale di conservazione del patrimonio naturale dell’Africa dell’Est: alla metà del XV secolo, l’imperatore Zara Yaqob si preoccupò dell’alto livello di deforestazione dell’area e fece rimboschire la zona con semi provenienti dall’area di Ankober. La foresta fu protetta con decreto imperiale per i secoli successivi , fino a che l’imperatore Menelik II creò intorno al 1890 la Menagesha National Forest, conosciuta anche come Suba Forest.

Nella foresta si può stare a contatto con la natura e rischiare pure di vedere scimmie, babbuini, una quantità innominabile di volatili e perfino leopardi (certo, se ci si va con un gruppo di sei bambini che corrono e urlano eccitati dall’avventura nel bosco, assicuro che pure le formiche scappano!). La foresta ha anche delle aree dove si può fare un picnic e addirittura un barbecue, se si arriva ben equipaggiati: a parte dei bracieri in pietra, non c’è molto altro, dunque conviene portarsi teli da stendere per terra (anche uno impermeabile, specie nelle stagioni ancora umide), cibo e bevande perché non c’è traccia di un bar o di una rivendita di generi commestibili. Si può anche pensare di fermarsi per la notte, ma non ho visto lo stato delle strutture e non mi azzardo a consigliarlo.

Quello che c’è di magnifico per me è che si possono fare lunghe passeggiate in totale tranquillità e in un ambiente dove l’inquinamento è lontano kilometri, cosa che ad Addis mi manca davvero molto. E il paesaggio è stupefacente: sembra di stare in un bosco dell’Appennino, con il muschio sulle pietre e le piante ad alto fusto, e quasi non ti ricordi più che stai in Africa. Poi improvvisamente dopo una curva del sentiero di ritrovi faccia a faccia con una lussureggiante vegetazione equatoriale e rimani un po’ confuso, ma comunque estasiato da tanta dirompente vitalità della natura.


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Cercar fortuna a Dubai

Domenica una dei nostri guardiani si è licenziato. Mentre eravamo in casa a passare pigramente il pomeriggio, lui si è timidamente affacciato alla porta della cucina e, con la tipica riluttanza che contraddistingue il carattere etiope, ci ha detto “Io ho finito”. Non abbiamo subito capito che cosa volesse dire: era arrivata la fine del suo turno di lavoro? Lo abbiamo fatto accomodare in casa e ci ha spiegato tutto.
Abraham è un ragazzone alto e con il phisique du rôle per fare la guardia, ma è sempre stato decisamente poco marziale: ogni tanto lo trovavi disteso sul prato con i bimbi che gli saltavano addosso per giocare oppure con loro in braccio mentre li faceva volare in alto nel cielo. Può avere circa trent’anni, ma qui è difficile stabilire l’età di una persona, vuoi per la pelle senza rughe che gli etiopi hanno la fortuna di avere, vuoi per la mancanza nella maggior parte del paese di un’anagrafe affidabile che permetta una registrazione delle date di nascita.
Abraham andrà a cercare fortuna a Dubai per mettere via un po’ di risparmi e tornare per farsi una famiglia: non vuole andarsene per sempre, è solo che qui per lui le opportunità per migliorare il suo status semplicemente non esistono. Come due genitori premurosi io e mio marito ci siamo informati su come ha trovato il lavoro, se ha già ottenuto il visto, se ha una sistemazione, se la ditta che lo ha assunto è seria… si leggono storie terribili di immigrati che pagano cifre astronomiche per attraversare la frontiera e ed essere portati dall’altra parte del Mar Rosso, tra stenti e patimenti di ogni genere. Gli immigrati illegali qui condividono la stessa sorte che spetta quelli che attraversano il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.
Ci mancherà, Abraham.
Penso a quando siamo partiti noi dall’Italia: abbiamo impacchettato la nostra casa dentro un container e una volta arrivati a destinazione abbiamo atteso con trepidazione di poter riavere i nostri mobili, gli oggetti di uso quotidiano, i giochi e i libri, per ricreare la sensazione di essere nel proprio nido, per poter chiamare casa un luogo sconosciuto. Abraham partirà con una valigia o poco più, tanto ci vuole per contenere il suo mondo: dentro ci sarà anche una foto della nostra famiglia, che lui ci ha chiesto per tener vivo il nostro ricordo. Mi viene da pensare che le nostre relazioni, le nostre amicizie stanno diventando come una grande tela di ragno che pian piano avvolge tutto il mondo e ci collega all’Italia, a Dubai, agli Stati Uniti, alla Svezia, a Hong Kong, al Sudan, alla Repubblica Centrafricana…


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Kaya Kinondo o la foresta sacra

Mentre eravamo in vacanza a Diani Beach, tra un tuffo e l’altro siamo anche andati a visitare una foresta sacra, Kaya Kinondo, che si trova a pochi km dai lussuosi e chiassosi resort della costa a sud di Mombasa: è un’oasi di silenzio e di pace, mantenuta intatta dalla volontà degli abitanti del luogo di conservare le loro tradizioni e di preservare un luogo per loro sacro.

Una parte del bosco cresce su una base di corallo, perché una volta l’area era sommersa dall’oceano, e le radici degli alberi incrociano il sentiero alla ricerca di acqua negli strati superficiali. Ci sono molti ficus strangolatori che si arrampicano su per i tronchi di altri alberi e creano con le loro radici intricati ricami vegetali.

Alla kaya sono legati diversi rituali e leggende: prima di entrare la nostra guida ci ha legato intorno alla vita un kaniki, un abito tradizionale, poi ci ha fatto abbracciare un albero per acquistare forza e salute e ci ha spiegato che nella foresta ogni creatura, animale o vegetale, ha un’anima che va rispettata per non incorrere in una vendetta spietata. Ci ha mostrato uno degli alberi del bosco, che riporta ancora i segni di un tentativo di abbatterlo con la motosega da parte di un uomo che non conosceva il significato della foresta: l’albero è ancora lì, vivo e vegeto, mentre l’uomo è morto pochi giorni dopo il tentativo, ci ha spiegato molto seriamente.

Per risolvere problemi di ogni sorta, dalla sterilità alla ricerca di un nuovo lavoro, basta sacrificare un animale di colore nero su una pietra situata nel cuore della foresta. Dal gallo al bue, passando per la capra, gli animali purché neri vanno tutti bene: suppongo che la grandezza della bestia sia legata alla gravità del problema o alla celerità della soluzione richiesta…


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Le vacanze e la guerra

Uno dei vantaggi d abitare in Etiopia è che ci vogliono solo due ore e mezza di volo per raggiungere le splendide spiagge del Kenya che si affacciano sull’oceano indiano. E una delle cose positive di essere una spouse nullafacente (si fa per dire…) è che si ha un sacco di tempo per pianificare le vacanze. Unendo i due fattori, dieci giorni fa ce ne siamo andati a Diani Beach approfittando delle vacanze del mid-term (grande invenzione!) delle scuole dei pupi.

Abbiamo passato la settimana in questa villa, tra piscina, spiaggia, gite in barca alla barriera corallina, sculture di sabbia, inseguimenti notturni dei granchi e sontuose mangiate di pesce magistralmente preparato dal cuoco Jackson, che ci ha coccolato e fato ingrassare parecchio.

Mentre noi ce la spassavamo nel sud del paese e non ci accorgevamo di nulla se non attraverso i titoli dei quotidiani, nel nord stava iniziando una guerra.

L’esercito keniano è entrato in territorio somalo per contrastare gli attacchi terroristici del gruppo islamico al-Shabab. Ecco cosa ne pensano della faccenda i reporter della BBC e di Al Jazeera.

Sui media italiani si è parlato della situazione che si è venuta a creare tra Kenya e Somalia solo quando ha coinvolto turisti occidentali, con rapimenti e purtroppo uccisioni. Ma lo scenario nell’ex colonia italiana è quello di una guerra, con profughi che fuggono dalle loro case e l’intervento militare di uno stato confinante per cercare di ristabilire una situazione di pace e arginare le perdite che l’industria turistica keniana sta già subendo.

Certo non si tratta solo di ristabilire l’ordine in un paese dove di fatto uno stato non esiste, perché il Kenya non è la sola nazione ad avere interesse che la zona sia pacificata. Ma per ora è la sola che ne sta pagando le conseguenze.