Ferengi in Bruxelles

dall'Etiopia a Bruxelles senza passare dal via


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Verso il sud Etiopia, fino a Turmi

Abbiamo percorso i circa 280 km che separano Arba Minch da Turmi (praticamente al confine con Kenya e Sudan) in un solo giorno: sembra un’impresa di poco conto, ma contate che solo i primi 85 km sono asfaltati, e non tutti, poi da Konso a Weita inizia una strada con un bel battuto, ma ancora in costruzione, infine da Weita fino a Turni è tutta pista. Se ci mettete in mezzo anche un pic-nic sui tavoli di un bar di Konso con caprice de dieux e patè de foie gras (originariamente destinati al cenone di capodanno) e una serie di forature propiziate dal fuoristrada del giorno precedente al Nechisar Park, beh, la giornata di viaggio ci sta tutta.

A proposito di forature, ogni volta che ci siamo fermati siamo stati raggiunti da variopinti gruppi di abitanti dei villaggi vicini, delle etnie Tsemai e Arbore. Per ogni foto abbiamo dovuto pagare almeno due birr, in questa zona dell’Etiopia prima di fotografare le persone bisogna contrattare un prezzo: le tribù sanno bene di essere un’attrazione turistica e cercano di trarne profitto in questo modo.

Gli uomini di solito girano armati, con il loro fucile a tracolla. Non sono minacciosi, a volte oserei dire perfino rassicuranti in questi luoghi completamente isolati, vicino al lago Chew Bahir, dove, come cita la guida, ci sono anche leoni, iene e altri piccoli carnivori. L’unica cosa che può inquietare è la noncuranza di questi uomini nel portare l’arma… la sapranno veramente usare?

Le tribù vicino al Chew Bahir vivono in queste case fatte di frasche, dalla tipica struttura circolare: la peculiarità è la zona rettangolare davanti al tukul, come una veranda coperta e cintata.

La pista per raggiungere Turmi si snoda attraverso fiumi in secca (magari a tornarci nella stagione delle piogge è tutta un’altra cosa, non sono nemmeno sicura che la strada possa essere praticabile!),

vallate punteggiate di acacie,

e pianure dove l’unica cosa che si riesce a scorgere è la vegetazione, senza traccia di insediamenti umani.

Una nota per chi vuole avventurarsi da solo sulla strada per Turmi: noi siamo stati fermati dalla polizia sul ponte subito dopo il villaggio di Weita, dove un agente ci ha domandato il permesso scritto per passare su questa strada. Noi non l’avevamo, ma ci ha salvato dall’essere rispediti indietro il fatto di avere con noi i nostri documenti diplomatici etiopi. Controllando poi sulla guida, avremmo in effetti dovuto procurarci una lettera all’ufficio turistico ad Addis Ababa, Jinka o Konso e mostrare il nostro passaporto. Se programmate un viaggio in queste zone, meglio seguire queste indicazioni per non incorrere in noiosi contrattempi.

P.S.: come al solito ringrazio per le splendide foto Pulpo Loco e Happy Hour!

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Arba Minch

Sarò proprio onesta: a me Arba Minch non è che sia piaciuta un granché. La città si trova tra due laghi, il lago Abaya, dal caratteristico color ruggine per le alte concentrazioni di ferro, e il lago Chamo, più a sud. In mezzo, una striscia di terra ricoperta di una lussureggiante foresta, chiamata the bridge of God. Ma a parte questa straordinaria posizione geografica, la città è piuttosto mal messa, con le strade rotte e un senso generale di trascuratezza.

Anche il Nechisar national park è stata un’esperienza poco felice: la strada che porta alla piana dove è possibile vedere gli animali è in certi tratti al limite del praticabile, per fare in totale 60 km abbiamo impiegato 7 ore.

Tutto questo sforzo per vedere una ventina di zebre e un’antilope… Decisamente lo sconsiglio, specie con i bambini, almeno fino a quando la strada verrà un poco rimessa in sesto.

Una bella esperienza è invece stata la gita in barca sul lago Chamo, per vedere il Crocodille market: non si tratta di un vero mercato, ma di un banco di sabbia dove i coccodrilli vanno a digerire i loro pasti.

Oltre a magnifici coccodrilli, siamo riusciti anche ad avvistare ippopotami…

aquile pescatrici dalla testa bianca, aironi, anatre e una serie di uccelli di cui solo la mia amica biologa ricorda il nome a memoria.

Il tutto nella luce di un tramonto africano, infuocato e rapido (lo sapete che in Italia i tramonti sono molto più veloci che in Italia? una mezzoretta ed è buio pesto, d’altronde siamo quasi all’equatore).

E questi signori navigavano sul lago con noi…

…incuranti dei coccodrilli!

Dove abbiamo dormito e mangiato

Il Paradise Lodge vanta una posizione fantastica e una vista mozzafiato sulla striscia di foresta che separa i due laghi, con gli specchi d’acqua all’orizzonte a destra e a sinistra. A parte questo, abbiamo trovato le stanze abbastanza al di sotto delle aspettative e i buffet per la colazione e la cena di qualità mediocre. Se questa è la migliore opzione della città, non oso immaginare le altre.

Il Soma Restaurant si trova a Secha, nella parte sud della città. L’ambiente è piuttosto rustico, le toilette sono impraticabili, la cucina a vista sul cortile interno, ma se si supera la prima impressione negativa il pesce che si può mangiare è davvero buono.


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Sodo e la scuola femminile di Konto

La strada da Awassa ad Arba Minch è piuttosto lunga, dunque Sodo era una tappa obbligata per il pranzo.

Come pellegrini e grazie all’intercessione di Happy Hour, abbiamo chiesto ospitalità alla missione di cappuccini che gestisce la scuola femminile di Konto. “Ci mangiamo un panino”, abbiamo pensato. E invece padre Aklilu, il direttore della scuola, ci ha fatto preparare un pranzo con tutti i crismi, un balsamo per le nostre povere ossa sballottate dalle asperità delle strade etiopi. Abbiamo condiviso il pasto con lui, con alcuni padri italiani che conoscono l’Etiopia dai tempi di Haile Selassié e con Marisa e Remo, una coppia che tutti gli anni ormai da qualche tempo passa quattro mesi a Sodo facendo volontariato.

Abbiamo anche avuto l’occasione di visitare la scuola, una grande struttura che ospita più di 700 ragazze, e l’annesso centro di formazione professionale, dove i ragazzi imparano a lavorare come meccanici e falegnami.

Le ragazze erano ancora in aula quando siamo arrivati noi e per loro è stata un’esperienza esilarante vedere un gruppo di ferengi, di cui sei nanetti, che venivano a vedere le loro classi.

Nelle diverse aule in cui siamo entrati la dinamica è stata la stessa: per i primi due minuti i maestri sono riusciti a contenere l’entusiasmo, facendo loro cantare canzoni, poi è stato via via più difficile frenare l’ilarità e l’emozione quando abbiamo iniziato a far fotografie e a stringere le loro mani. Era una gioia pura, un regalo inaspettato arrivato a interrompere le lezioni.

Ho toccato con mano quanto siano importanti iniziative come questa per dare un futuro a giovani che sono nati in una parte di mondo meno sviluppata e meno fortunata rispetto ai cosiddetti paesi sviluppati. E ho capito che qualche euro donato a progetti come questo può fare la differenza, può veramente cambiare il corso di una vita.

Qui in Etiopia, poter ricevere un’istruzione significa avere una possibilità. Se avete voglia di fare un regalo di Natale in ritardo, oppure un pensiero per San Valentino in anticipo, ecco le coordinate per fare una donazione alla scuola (causale: “Pro scuola Etiopia”):

BCC Pordenonese – Agenzia di Porcia – IBAN IT 10 X 08356 64950 000000018212 – BIC ICRAITRR9W0 – CC intestato Amici di Palseper l’Etiopia “Adottiamo una scuola”

Sudtiroler Sparkasse / Cassa di Risparmio – IBAN IT 35 E 06045 11600 000005003779 – BIC CRBZIT2B090 – CC intestato a Associazione Medici per il terzo mondo di Bolzano

P.S.: nella sacrestia della chiesetta all’interno della missione c’era una signora che stava preparando le ostie per la messa e le cuoceva con questo aggeggio qui.


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Yirga Alem

Yirga Alem ha per me una storia strana. La scorsa estate, stesa su una spiaggia italiana intenta con un occhio a controllare che i pargoli non affogassero e con l’altro a leggere un settimanale femminile, mi sono imbattuta in un articolo che elencava i dieci posti del pianeta che vale la pena di visitare ma di cui nessuno ha mai sentito parlare. Yirga Alem era uno di questi luoghi. All’epoca non avevo idea di dove si trovasse, ma visto che in questo viaggio ci si passava proprio vicini, perché non cogliere l’occasione?

È stata una giornata nell’Etiopia rurale, immersi in uno scenario naturale incontaminato.

Abbiamo visto come si lavora l’enset, il falso banano molto diffuso in alcune zone del paese. Le piantagioni vengono curate dagli uomini, mentre il taglio e la lavorazione della pianta è un compito femminile. Della pianta non si butta via niente: dalla polpa si ricava una specie di farina usata per cucinare, mentre il siero viene lasciato fermentare e consumato come yogurt. Le fibre si intrecciano e si usano per produrre corde.

Dopo aver tagliato la pianta questa donna ci ha mostrato come viene lavorato l’enset: con una specie di coltello dalla doppia impugnatura, tenendo fermo il ramo con un piede (prima se l’era lavato, ma sull’igiene dell’intera operazione meglio sorvolare…), ha estratto la polpa e il siero. Poi ci ha fatto vedere come, dalla polpa essiccata per quaranta giorni, ha estratto la farina.

Dopo ci siamo spostati nella capanna utilizzata per cucinare: in un ambiente dove girellavano curiosi bambini, galline, un vitello e una capra (di notte il bestiame viene ricoverato all’interno delle capanne, vuoi per evitare le aggressioni di animali selvatici, vuoi per riscaldare l’ambiente… come nel presepe!), ha preparato una specie di crêpe sopra una piastra sorretta da alcuni vasi dal fondo rotto.

E poi ce l’ha offerta: rifiutare pareva scortese e dunque l’abbiamo assaggiata… il gusto è acidulo, ma nel complesso buono e nessuno si è poi sentito male!

Nel pomeriggio abbiamo passeggiato nella foresta di caffè vicina al lodge, tra scimmie, colobus, fonti naturali, dik dik, antri abitati dalle iene e piante profumatissime dalle virtù terapeutiche.

Sulla strada del ritorno, i diversi villaggi che si susseguivano avevano ognuno una vocazione specifica: in uno si vendeva legna da ardere, nell’altro zucche, nel successivo pietre per lastricare. Noi ci siamo fermati in quello dove vendevano ceste e come sempre siamo stati accerchiati.

Ma siamo stati bravi, abbiamo portato a casa tre ceste per 100 birr!

Dove abbiamo mangiato

All’Aregash Lodge hanno organizzato per noi un piccolo buffet con pasta, carne e tante verdure coltivate nel loro orto: insalata, pomodori, verza, spinaci, avocado, tutti freschissimi e ben lavati (il rischio di mangiare un’insalata e ritrovarsi con qualche parassita nella pancia qui purtroppo è abbastanza alto). Il personale del lodge, gentile e disponibile (noi, viaggiando con sette bambini, siamo stati un ottimo test di pazienza e sopportazione per i poveri camerieri!), ci ha procurato anche le guide per le due passeggiate di cui ho parlato sopra.

P.S.: grazie per le foto a Pulpo Loco e Happy Hour!


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Awassa

Awassa è una tranquilla e ordinata cittadina capitale della Southern Nations, Nationalities and Peoples’ Region. In sé non ha grandi attrattive, a parte il suo lago, di origine vulcanica, ma è decisamente un buon posto dove passare qualche notte viaggiando verso sud.

L’impressione che ho avuto è che Awassa stia cercando di diventare una meta turistica alternativa a Langano, la “spiaggia di Addis”, il grande lago che si trova una cinquantina di km più a nord: grandi resort dotati di ogni confort sono stati costruiti a bordo acqua e l’attività immobiliare nella zona sembra fervida.

Dove abbiamo mangiato e dormito

L’Haile resort appartiene al maratoneta Haile Gebreselassie, uno dei personaggi pubblici più influenti qui in Etiopia, famoso non solo per le sue imprese sportive ma anche per il fatto che sta investendo i suoi guadagni nel paese, con l’obiettivo di generare sviluppo e occupazione. L’hotel è stato inaugurato circa un anno e mezzo fa e regge ancora bene all’impatto del tempo (in Etiopia, se dovete scegliere un hotel, a pari livello preferite sempre quello di più recente costruzione: la manutenzione non è il punto di forza della manodopera etiope!). Non abbiamo provato i diversi ristoranti che ci sono all’interno della struttura, ma devo dire che la colazione a buffet si è rivelata varia e di buona qualità.

Per due sere abbiamo cenato in uno sfizioso ristorantino vicino al centro, la Dolce Vita, che offre oltre alle pizze deliziosi piatti di pesce.

P.S.: un consiglio per i viaggiatori: se programmate un tour in Etiopia, procuratevi la giuda scritta da Philip Briggs, edita da Bradt. È solamente in inglese, ma è decisamente la più completa che io abbia trovato in commercio.


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Viaggiare in auto in Etiopia

Come vi dicevo nel post precedente, durante le vacanze di Natale il travel team composto da Pizza Fritta, Pulpo Loco, Happy Hour e Fish and Chips (indovinate un po’ chi siamo noi…) ha affrontato circa 2.000 km di viaggio per arrivare nel sud dell’Etiopia e ritorno.

Prima di mostrarvi le meraviglie che abbiamo scoperto in questa vacanza, vorrei fare un piccolo inciso per descrivervi com’è viaggiare nel paese dove abito.

1)      Senza un 4×4 non vai da nessuna parte. Fuori dalla capitale, un fuoristrada è la dotazione minima per affrontare le strada etiopi (e devo dire che pure ad Addis, soprattutto durante la stagione delle piogge, non ci sta male!). Quando ti ritrovi a guadare un fiume perché sul ponte stanno facendo dei non meglio precisati lavori anche se non vedi nessuno all’opera, quando devi guidare per 130 km su piste di terra battuta, quando la strada improvvisamente non c’è più e rivedi l’asfalto qualche centinaio di metri più in là, ecco allora ringrazi di aver comprato un Prado che in Italia sembrerebbe mostruoso ma che qui vicino agli hummer sfigura perfino un po’.

2)      Sulle strade etiopi viaggiano, oltre rare macchine e spericolati camion, una quantità impressionante di animali, sia attaccati a carretti di ogni genere, sia in mandrie, sia in solitudine. Il problema di questi animali è che non condividono con noi ferengi un’adeguata educazione stradale, anzi posseggono una elevata propensione al suicidio. Durante i nostri viaggi, ci hanno attraversato la strada (e l’elenco non è esaustivo) buoi, cavalli, asini, cani, gatti, galline, cammelli, iene, facoceri, pecore, faraone, capre, dik dik, babbuini. Invariabilmente, mio marito ha pensato al modo in cui avremmo potuto cucinarli se li avessimo centrati.

3)      In Etiopia non esistono autostrade, e di conseguenza nemmeno autogrill. Può succedere che da un hotel all’altro durante un trasferimento non esistano posti decenti dove fermarsi a mangiare qualcosa che non sia cibo locale. Dunque la regola prima della preparazione bagagli è prevedere almeno uno scatolone di scorte alimentari di lunga durata e alcune casse di acqua. Per questo viaggio noi siamo partiti anche con una scorta di vino da fare concorrenza ad un’enoteca, ma tant’è, era capodanno…

4)      Conseguenza diretta del punto tre è che è quasi impossibile trovare in giro un bagno in cui entrare senza beccarsi il colera. Per i bimbi nessun problema: qui in Etiopia tutti fanno pipì per strada (anche ad Addis…) dunque basta fermarsi ovunque. Certo, la sensazione di essere l’attrazione del luogo è forte, un bisognino per strada diventa un evento che fa accorrere i bambini che vivono lì intorno e che viene esaminato con cura dopo la nostra partenza (giuro!).

5)      Le strade etiopi sono piene di gente: persone che camminano, bambini che improvvisano strane danze a nostro beneficio, donne che trasportano carichi impressionanti di legna, uomini che siedono semplicemente a bordo carreggiata aspettando chissà cosa. Questo implica che in qualsiasi posto ci si fermi (e di ciò abbiamo esperienza, viaggiando con sette bambini la media è di una pipì all’ora), anche se apparentemente sembra deserto, si viene immediatamente attorniati da una turma di bambini che chiedono “Pen, pen pen!” oppure “Highland!” (una bottiglia di plastica, probabilmente la prima marca distribuita in Etiopia che è diventata ovunque sinonimo di acqua imbottigliata). Dunque la macchina con il bagagliaio grande serve anche a contenere un po’ di vuoti da regalare ai bimbi per la strada.

6)      I tempi di percorrenza possono dilatarsi in modo imprevedibile, vuoi per una festa religiosa che blocca un intero villaggio (dove un ragazzo ha abbracciato amorevolmente il cofano della nostra auto… il tej doveva scorrere a fiumi!), vuoi per forature di pneumatici, vuoi perché per portarti il pranzo impiegano due ore. Dunque meglio prevedere tappe di non più di 400 km al giorno per non rischiare di dover viaggiare con il buio.

Per concludere, viaggiare in macchina in Etiopia può essere abbastanza duro: l’essenziale per me è farlo con un buon equipaggio. Grazie a tutti gli amici che hanno vissuto con me quest’avventura: siamo un travel team fantastico! Siamo riusciti a far impallidire tanti turisti che pensavano di essere in una vacanza estrema nelle terre dimenticate del sud del paese, noi con sette bambini e i brindisi a base di prosecco!

P.S.: grazie a Pulpo Loco per alcune delle foto di questo post.


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Better days ahead

Nei giorni scorsi non mi sono dimenticata del mio blog, è che ero in viaggio nel sud dell’Etiopia: ho visitato luoghi fantastici, ma di un collegamento internet per raccontare l’avventura in diretta nemmeno l’ombra. Nei prossimi giorni pubblicherò un po’ di foto per far venire anche ai più pigri la voglia di venirmi finalmente a trovare.

Siccome a capodanno ero sulle strade, anzi sulle piste del sud del paese, ne approfitto ora per mandare gli auguri di buon anno. Come ho visto un giorno scritto dietro ad un blue donkey (mannaggia quando serve la macchina fotografica non ce l’hai mai!), auguro a tutti Better days ahead!