Ferengi in Bruxelles

dall'Etiopia a Bruxelles senza passare dal via


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L’albero di Natale strano

Finalmente quest’anno abbiamo un albero di Natale.

L’anno scorso avevo provato ad acquistarne uno finto, che di veri non c’era traccia, ma al sentire il prezzo ho lasciato perdere: 3.000 birr per un alberello di un metro mi è sembrato uno schiaffo alla miseria ed io sono per la non-violenza.

Qualche settimana fa sono stata in uno dei miei luoghi preferiti qui ad Addis, il Selam Village. Lì, fuori dalle loro lussureggianti serre svettava un albero di tre metri che somigliava molto ad un abete natalizio. “I want this!” ho detto al giardiniere-venditore che mi seguiva come un’ombra “but smaller!”.

E così ho caricato sulla macchina un’araucaria di un metro, verde e rigogliosa, e l’ho messa nel salone a far bella mostra di sé. I bambini ci hanno fatto nevicare sopra con il cotone e l’abbiamo addobbato poco per volta, un po’ comprando decorazioni in legno locali, un po’ dandoci al bricolage creando cuoricini e stelline di carta 3D.

Il risultato? Giudicatelo voi… il figlio di una mia amica quando l’ha visto mi ha detto “È strano!” ma si vedeva che pensava che un albero di Natale del genere proprio non si è mai visto!

P.S.: Lo stesso giorno che ho trovato l’abete natalizio ho provato a comprare anche del fertilizer per le mie piantine, che a detta del nonno dal pollice verde sono un po’ tisiche, ma alla mia richiesta il venditore di piante mi ha spiegato come si farebbe con un bambino delle elementari “We just have compost. The plants just need compost!”. Al che mi sono arresa…

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Blue donkey

Qui ad Addis Ababa esistono due tipi di donkey: gli asinelli in carne e pelliccia, che di solito trasportano carichi dal peso e dalla dimensione improbabili per la loro stazza, e i blue donkey, i pulmini bianchi e blu che sfrecciano per la città stipati all’inverosimile con carichi umani altrettanto improbabili.

Questi pulmini sono il mezzo di trasporto più utilizzato dalla popolazione. Sono delle specie di taxi collettivi che hanno di solito un equipaggio di due persone: l’autista (e su come si guida qui in Etiopia mi soffermerò un’altra volta…) e un “buttadentro” che normalmente viaggia con il busto fuori dal finestrino gridando la direzione verso cui è diretto il mezzo.

Non esistono fermate come per gli autobus, così quando i blue donkey sono costretti a rallentare oppure non sono pieni fino sopra al tetto di gente, passandogli a fianco si può sentire il buttadentro urlare nel traffico caotico della città “Bolebolebole!” (Bole è la zona dell’aeroporto), “Maganagnamaganagnamaganagna!” (Maganagna, una grande rotonda all’intersezione di importanti strade che si avvicina moltissimo alla mia rappresentazione mentale di un girone infernale dantesco: gente che aspetta i bus che stazionano lì vicino, gente che dorme in mezzo allo spartitraffico, gente che vende sui marciapiedi ogni sorta di merce dai calzini alle brioche e caffè nei thermos, il tutto in mezzo ad un traffico spropositato ad ogni ora del giorno) e altri pittoreschi nomi della città. Si fermano, a bordo strada ma anche in mezzo, e ripartono dopo aver caricato i passeggeri, il tutto naturalmente senza considerare neppure l’idea di mettere una freccia per segnalare le loro intenzioni oppure di usare gli specchietti retrovisori per vedere se sopraggiunge qualche altra vettura…