Ferengi in Bruxelles

dall'Etiopia a Bruxelles senza passare dal via


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Ethiopian Flag Day

Oggi è l’ Ethiopian flag day.

Me lo hanno ricordato i venditori ai semafori, che in questi giorni invece di vendere fazzolettini e occhiali da sole offrivano solamente bandiere etiopi in diversi formati, da quella da tavolo per i nazionalisti tiepidi o squattrinati a quella formato lenzuolo per i ferventi patrioti. E me lo ha ricordato un messaggino sul mio cellulare firmato dall’onorevole Ato (che significa signor) Abadula Gemeda, speaker dell’House of Peoples’ Representative, la camera bassa del Parlamento etiope. Il messaggio dice che la bandiera e la Renaissance Dam, la grande diga che sorgerà sul Nilo e che ha causato non poche polemiche tra i paesi attraversati dal grande fiume africano, sono l’orgoglio della nazione.

A qualcuno potrà sembrare retorico celebrare una bandiera e associare lo spirito nazionale ad un progetto certo controverso, ma che rappresenta al momento il miraggio dello sviluppo tanto agognato. Non lo nego, ma nel deserto delle prospettive per questo povero paese la diga e l’unità nazionale rappresentano qualcosa in cui credere. O almeno far finta di farlo.

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L’inflazione, le capre e il giardiniere

L’inflazione qui ad Addis vola. Tolti i caps, le limitazioni dei prezzi di vendita di alcuni generi alimentari imposte dal governo a gennaio del 2011, il costo di una spesa è cresciuto, e di molto.

Per alcuni prodotti i prezzi sono addirittura raddoppiati da inizio anno: le banane ad esempio, che con i caps si compravano a 5 birr il kg, ora ne costano 10. Mezzo litro di latte costava prima di partire per le vacanze estive 5.75 birr, ora si paga 9 birr. Una capra (viva, qui è tradizione macellare in casa gli animali durante le feste religiose) fino a qualche mese costava dai 400 ai 600 birr, ora si paga minimo 1.000 birr, che per gli standard locali corrispondono ad un dignitoso salario mensile.

Ora, considerando che il mio giardiniere latita, avendo comprato un taxi ed essendo così entrato nel business dei trasporti abissini, forse una capra in giardino sarebbe la soluzione ai miei problemi di taglio dell’erba. Una sola domanda: ma le capre mangiano pure le rose con le spine? E le palme?


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Bambis ha chiuso (e riaperto).

So che la notizia non scuoterà gli animi della maggior parte dei miei lettori, ma per chi abbia vissuto ad Addis anche solo per qualche tempo Bambis rappresentava un porto sicuro nella peregrinazione quotidiana per rifornire il frigorifero.

Era uno dei pochi supermercati che offrisse una buona gamma di prodotti di importazione, facendoseli certo pagare almeno il doppio di quello che sarebbero costati in Europa, insieme con alimenti locali di buona qualità. Era l’unico posto in cui trovavo le olive nere greche, i gamberetti surgelati, la carta forno e il cioccolato fondente a blocchi. Dove tutti i giorni della settimana (ma non a tutte le ore) si trovavano la carne e il pollo, le mele e il basilico, il prosciutto cotto e la pancetta (in realtà bacon surgelato, ma tant’è, qui bisogna accontentarsi).

Bambis ha chiuso per questioni di fisco e di scadenze. Pare che i proprietari dovessero pagare al governo qualche milione di birr di tasse e pare che falsificassero pure le date di scadenza sopra le confezioni dei prodotti. Pare, ma devo dire che poco importa ragione per la quale ha chiuso, quello che è grave è che l’intera comunità ferengi è in crisi con la spesa quotidiana!

 

P.S. Nel mentre scrivevo questo post, la cui gestazione per motivi di gestione familiare ha richiesto almeno una settimana, Bambis ha riaperto! Agli amici che volessero comunque inviarmi generi di conforto dall’Italia (salami, prosciutti, gorgonzola, pesche, cioccolatini, ecc. ) posso sempre dare l’indirizzo in privato 😉


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Melkam Addis Amet!

Che significa: buon anno nuovo! Quest’anno il capodanno etiope cade proprio oggi, invece dell’11 settembre come l’anno passato, perché il 2004 è un anno bisestile (per inciso, il 2004 è l’anno in cui è nata mia figlia, la quale è davvero felice di poter festeggiare il suo compleanno esattamente il giorno in cui è nata!).

Dopo quasi un anno e mezzo qui in Etiopia, comincio a capire perché gli abissini festeggiano l’inizio dell’anno proprio in questo periodo: dopo tre mesi di pioggia senza sosta, in cui il sole non si mostra anche per intere settimane, in questi giorni il tempo inizia a migliorare e le nuvole in cielo si aprono per lasciare spazio a gioiosi raggi solari che asciugano l’umidità nelle ossa e il fango nelle pozzanghere. E in effetti ieri è stato il primo giorno da quando sono tornata dalle vacanze estive in cui non è caduta nemmeno una goccia di pioggia.

Abbiamo festeggiato il capodanno in giardino, con la cerimonia del caffè , il falò tradizionale (il fuoco è un elemento che ricorre spesso nelle feste tradizionali, anche in culture distanti migliaia di kilometri tra loro, mi vengono in mente i falò di Ferragosto che si possono ancora vedere nelle campagne piemontesi), canti e balli benaugurali. Nelle case di fronte alla nostra sono proseguiti i festeggiamenti fino a notte fonda, mentre il prete della chiesa ortodossa ha iniziato a cantare i suoi salmi dalle due del mattino: un bentornata in Etiopia con tutti i crismi, per me che dopo due settimane qui sto ancora lottando contro un culture shock o un reverse culture shock… non so nemmeno più quale sia per me la cultura diversa!